Legge elettorale 2017, il sistema “tedesco” cambia: nuove regole di voto

Dopo un gran parlare, iniziato relativamente pochi giorni fa, con ogni probabilità la legge elettorale arriverà in Camera domani. A meno di improvvisi, e decisamente strani, colpi di scena, non dovrebbe avere vita difficile. Nello straordinario meccanismo delle Commissioni parlamentari, trionfa sempre la cosiddetta “realpolitik”. I rappresentanti dei partiti si ritrovano intorno a un (metaforico) tavolo dove è nell’interesse di tutti trovare un accordo efficace, specie se di mezzo c’è l’aggressiva corrente popolare del “voto subito e tutti a casa”.

Legge elettorale: le nuove regole di voto

Dietro al sistema cosiddetto tedesco, che di tedesco ha ben poco, c’è un Mattarellum a parti invertite. Il “tedesco” vero non solo ha un numero di parlamentari “variabile”, così da non dover ritoccare ad hoc il numero dei collegi, ma prevede anche il voto disgiunto; ovvero il risultato del voto maggioritario e di quello proporzionale possono non coincidere (cosa avversa ai politici nostrani). In Italia invece il 60% dei parlamentari sarà eletto in maniera proporzionale, la restante parte secondo il meccanismo maggioritario. La vecchia diatriba sui capilista bloccati pare essersi risolta nel compromesso: avranno la precedenza gli iscritti vincitori nei collegi uninominali; ovvero i capilista bloccati non verranno aboliti, ma saranno inclusi in seconda istanza. Data però la discrezionalità assoluta del partito nella scelta dei nomi da includere in lista, non ci dovrebbe essere sostanziale differenza rispetto al vecchio sistema. Novità assoluta è la soglia di sbarramento fissata al 5%.

Rischio ingovernabilità?

In uno schieramento tripolare come quello italiano attuale, in cui due partiti e una coalizione si stanziano sul 30% delle preferenze, è necessario garantire un paracadute contro il rischio di ingovernabilità e di elezioni ripetute. Se la soglia di sbarramento sfavorisce coalizioni poco stabili con partiti minori, obbliga a governi di larghe intese. Esperienze totalmente deludenti nella storia della Seconda Repubblica, e a maggior ragione in questo periodo storico di radicalizzazione partitica. Anche il voto disgiunto avrebbe potuto risolvere un’eventuale impasse, ma come accennato in precedenza, il gioco non vale la candela: i partiti non vogliono rischiare di perdere l’egemonia sulla formazione delle liste elettorali.

Senza girarci attorno, le piccole formazioni di “scissionisti” hanno tutto da perdere. Coloro che in tempi lontani (ma non troppo) avevano lasciato i big della politica per mettersi in proprio non se la passeranno bene; come parimenti accadrà a tutti i micromovimenti a sinistra, piccoli e divergenti tra di loro per tradizione storica. Non è un caso che ancora prima della discussione in aula personaggi come Alfano, scissionista berlusconiano, stiano sollevando polveroni mediatici. I “figliuoli prodigi” devono ritornare a casa e la discrezionalità del padre ad accoglierli sarà un esercizio di potere al contempo squallido e divertente.

In casa cinque stelle c’è ottimismo, loro rientrano nella categoria di rischio calcolato. Talmente calcolato, da fregarsene del parere dei propri iscritti pur di trovare un accordo per una legge fatta così e non diversamente. Difatti i grillini non hanno nulla da perdere; in situazione di soglia di sbarramento, il loro atteso 30% non può far altro che aumentare.
Discorso diverso per il PD, che nel limbo del governo di larghe intese, potrebbe non incoronare Renzi come prossimo Presidente del Consiglio e vedrebbe il suo potere (quasi egemonico nella attuale legislatura) diminuire considerevolmente. Fatto salvo l’effetto Berlusconi, conosciuto ai più, ovvero il diffuso “non voto Forza Italia” che corrispondeva puntualmente a vedere il Cavaliere a Palazzo Chigi. Per quanto riguarda la (eventuale) coalizione di centrodestra composta da Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia, non può far altro che saldarsi a queste condizioni e correre insieme per provare nella svantaggiata ma non inarrivabile impresa di vedere un proprio esponente come capo del Governo.

L’appello dei Presidenti delle Camere: al voto dopo riforme

L’appello di Laura Boldrini e Pietro Grasso, sottoscritto da molti altri politici, è quello di votare dopo aver sciolto alcuni nodi che sistematicamente rimangono irrisolti dopo la fine di ogni legislatura. Antimafia, Biotestamento, Ius Soli, Riforma del processo penale, Legalizzazione Cannabis e introduzione del Reato di tortura. Leggi che “stavano per farcela” ma in caso di elezioni anticipate non potranno essere approvate secondo l’iter costituzionale.

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Inizia a serpeggiare, ora è il momento per esprimere i propri dubbi, l’idea dell’inutilità delle elezioni anticipate. Acclamate, come detto in precedenza, dal volere popolare poco tengono conto che votare a settembre o ottobre, significherebbe fare campagna elettorale non in città, ma nelle località balneari. L’inizio della par condicio partirebbe nella settimana di ferragosto, a televisori spenti. Gli stessi partiti giocando sul tema dei vitalizi e del “parlamento incostituzionale” rischiano di innescare una reazione non più controllabile; se lo scopo è far chiedere ai cittadini elezioni anticipate per ridisegnare i rapporti di forza, il rischio è il non ottenere nulla se non la delusione degli aventi diritto. Con relative conseguenze: percorsi legislativi da reinventare e potere decisionale immobile.

Napoletano di nascita, attualmente vivo a Roma. Idealista e sognatore studente di Lettere presso l'Università di Roma Tor Vergata. Osservatore silenzioso e spesso pedante della società attuale. Scrivo di ciò che mi interessa, principalmente politica e temi sociali. Twitter: @MattSquillante