Musica

Green Day’s American Idiot 2017: la recensione del musical

Dal 2 novembre è in scena al Teatro della Luna di Milano Green Day’s American Idiot: il musical punk-rock scritto da Billie Joe e Michael Mayer nel 2009, tratto dal concept album di successo del 2004 “American Idiot“, il disco politicamente più impegnato della band. Noi c’eravamo alla preview.

Ore 15:30: arrivo alla barriera autostradale di Milano disastrosamente in ritardo, auto in riserva e con un’incessante pioggia a far da cornice. Parcheggio al volo, scopro di non avere l’ombrello e senza indugio mi precipito verso la biglietteria del Teatro della Luna, ad Assago. Ancora grondate d’acqua scopro di sedere in seconda fila, una sorpresa che fa da contraltare al prevedibilissimo (visti i presupposti) n.17 della mia poltrona. Il tempo di un rapido gesto apotropaico e inavvertitamente colpisco con la manica del giubotto la testa di una bambina seduta in prima fila, provocandone inspiegabilmente una crisi di pianto. Mi scuso, ancora incredulo, anche con la madre della bambina, che mi liquida trafiggendomi con un atroce sguardo. Osservando il giubbotto, mi accorgo sbigottito di aver una ciocca di capelli attaccata alla cerniera della manica ma, finalmente,  si spengono le luci in sala.

Un incubo a stelle e strisce

Ad aprire il musical scorci di telegiornale, trasmessi sull’affascinante quanto essenziale scenografia, improvvisamente interrotti dall’intro di chitarra di American Idiot, eseguita dal vivo dalla band sul palco. Una scarica di energia si propaga per il teatro e sul palco si anima un’esaltante trionfo alla vita, con tutte le 21 coloratissime e giovani comparse che si scatenano cantando e ballando. L’impatto scenico é potentissimo; sorrido notando che la bambina, un attimo prima disperata, alza le braccia e si agita in un’espressione di gioia che mi galvanizza. Ci vengono introdotti i tre protagonisti: Johnny, Tunny e Will alle prese con il loro percorso di maturazione sullo sfondo di una spietata America post 11 settembre.

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Ve lo anticipo subito: il musical diretto da Marco Iacomelli è una bomba, un adrenalinico viaggio sulle montagne russe, di circa un’ora e mezza di durata, capace di esaltare e mozzare il fiato a più riprese, contornato dalla musica dei Green Day. Tutte le canzoni sono suonate da una band, strategicamente disposta sul palco, che dona una familiare atmosfera da concerto rock. L’intensa e toccante perfomance dei tre protagonisti Ivan Iannacci, Renato Crudo e Luca Gaudiano e del resto del cast è impeccabile, tutti provenienti dalla fucina di talenti della Scuola del Teatro Musicale (STM). Sul palco le scene che si animano sono vive e pulsanti, ricche di dettagli e spettacolari, come quella che vede tutto il cast impegnato a cantare “Holiday” sopra un autobus in movimento. A tal proposito è vincente la scelta del regista di non far scorrere le traduzioni delle canzoni in sovraimpressione, per non distogliere l’attenzione dello spettatore dagli attori.

La comprensione della trama è facilitata da intermezzi in italiano e dalle efficaci coreografie di Michael Cothren Peña, abili nel parlare un linguaggio universale, decifrabile anche da quella fetta di pubblico non molto ferrata con l’inglese. Un sopraffino lavoro di Video mapping e proiettori muta la scenografia e la trasforma sotto gli occhi del pubblico.

Uno spaccato di società contemporaneo

Green Day’American Idiot mette a nudo uno spaccato di società contemporanea, crudo e spietato, impregnato di spinose tematiche: la tossicodipendenza, il malessere giovanile, la solitudine, un futuro incerto e l’affrontare sé stessi. Il viaggio fisico e interiore dei protagonisti segnerà per sempre le loro vite, portandoli ad una maturazione, non priva di sofferenze. Ammetto di aver trattenuto le lacrime in alcuni momenti, mentre un brivido risaliva lungo la mia schiena durante lo struggente arruolamento di Tunny, sulle note di “Are We The Waiting“. Tutta l’opera è costruita attorno a quel rabbioso American Idiot, album pubblicato dai Green Day nel 2004, come attacco alla scellerata amministrazione Bush. Il musical é perfettamente godibile anche da chi non conosce i Green Day, ma il mio consiglio è di ascoltare una copia del cd prestando attenzione ai testi, solo per poter godere a pieno dell’esperienza.

A fine opera una standing ovation di 2 minuti ha accompagnato l’inchino di tutte le comparse sul palco, protagoniste di uno spettacolo per gli occhi (e per il cuore) indimenticabile. Passano gli anni e cambiano i presidenti, ma Green Day’s American Idiot si riconferma un capolavoro, trattando importanti temi attuali in un crescendo di musica ed emozioni, attraverso alcune delle canzoni più belle di una delle ultime leggendarie punk-rock band viventi.

Ps. All’uscita ho incrociato Marco Iacomelli che con sorriso si difendeva da un’attempata fan, imbufalita con il regista, reo di non aver tradotto le canzoni dei Green Day in italiano. Alle loro spalle, due ragazze si lasciavano travolgere da un appassionato bacio sotto la pioggia: se non è punk questo?

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Giuseppe Naso

Classe 1985, alessandrino di provenienza, ragioniere per il rotto della cuffia e bassista con puntualitá da "open bar", amo la carbonara, la cinematografia anni 80/90 e "Welcome to the Sky Valley" è il cd più bello del mondo!
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