Cinema

Oscar 2017, Moonlight: una vittoria politica?

Ormai è chiaro a tutti: ha vinto Moonlight. Il film di Barry Jenkins porta a casa tre statuette: miglior film, miglior attore non protagonista (Mahershala Ali) e migliore sceneggiatura non originale. Un caso analogo a quando vinsero Argo 12 anni schiavo. La La Land, invece, porta a casa ben 6 Premi Oscar, incluso quello per la miglior e regia a Damien Chazelle. D’altronde, anche Il Padrino vinse 3 Oscar, incluso quello per il miglior film con 11 candidature contro le 10 di Cabaret che ne portò a casa ben 8. Una vittoria abbastanza inaspettata, considerando che di solito chi vince come miglior film ha vinto almeno  in questa categoria in tutte le cerimonie precedenti (inclusi i casi sopra menzionati), cosa che invece non è accaduta con Moonlight, eccetto il solo Golden Globe nella categoria “miglior film drammatico”.

In un’edizione che è stata definita- non a torto- la più politica di sempre nella categoria “miglior film documentario” Fuocoammare perde contro l’americanissimo O.J.- Made in America, un documentario lungo 7 ore 7 che infatti è stato distribuito in serie che racconta un importante pezzo di storia della potente nazione, e l’Academy premia come miglior film straniero non il pluri-premiato Vi presento Toni Erdmann ma l’iraniano Il cliente in un palese segno di manifestazione di protesta al nuovo presidente eletto Donald Trump e al suo “muslim ban”. E due attori neri vincono come non protagonisti, e uno viene improvvisamente dato per favorito ma poi fortunatamente si opta per la meritocrazia. Della serie: “Scusaci Spike Lee per l’anno scorso”. E invece Lee si infervora solo che non ha vinto Ruth Negga, che- senza offesa- a stento meritava la candidatura. E quindi giustamente viene premiato come miglior film Moonlight, un film che racconta un difficile quartiere nero di Miami, dove o si ruba, o si spaccia, o ci si picchia o ci si droga, e se sei gay e per di più nero te la vedi davvero brutta.

Forse è vero quel che ha detto Canova, che tra tanti anni ci ricorderemo tutti di La La Land e nessuno si ricorderà più di Moonlight. Tuttavia, Moonlight non è affatto un brutto film e- pur non meritevole del premio- ha meritato di vincere più di quanto non l’abbia meritato Il caso Spotlight. Tra l’altro, quando c’è stato la celebre gaffe della busta pochi applaudono La La Land falso vincitore, mentre l’intera sala si alza invece in piedi per Moonlight. Forse nel primo caso l’avrebbero presa come una sconfitta nazionale. Il messaggio politico è chiaro, ma mi chiedo: ce n’era davvero bisogno? A detta di molti è un film necessario quello di Barry Jenkins: ma perché, se un film è privo di impegno politico ma di forte cultura cinematografica diviene automaticamente non necessario?  Non sarebbe meglio votare meglio alle lezioni presidenziali e poi accettare il fatto che diversi connazionali hanno votato diversamente o al limite opporsi in altro modo? Non sarebbe meglio lasciare la politica alla politica e il cinema al cinema?

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Claudio Rugiero

Laureato in DAMS all'Università degli Studi di Torino e diplomato in Filmmaking presso la Scuola Holden, ha frequentato diversi workshop di sceneggiatura e critica cinematografica, formando la sua esperienza anche presso alcuni Festival cinematografici (Torino, Bobbio e Venezia). Già redattore presso "Darkside Cinema" e "L'Atalante", è autore di racconti, soggetti e sceneggiature, nonché regista di un cortometraggio, "Interno familiare". Nel 2016, un suo soggetto per lungometraggio è stato tra i finalisti al Pitch in The Day- Concorso Opere prime.

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