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Pace tra Etiopia ed Eritrea: dopo 20 anni di guerra i due paesi si riconciliano

L’8 luglio scorso è risaltata su tutti i giornali l’immagine dell’abbraccio tra il Primo Ministro etiopico Abiy Ahmed e il Presidente eritreo Isaias Afewerki, dopo l’atterraggio del primo ad Asmara.

E’ un abbraccio storico perchè oltre a rappresentare l’apertura di una riunione importante tra i due leader, rappresenta la concretizzazione del famoso accordo di pace firmato ad Algeri nel 2000 ma rimasta fino a quest’anno incerta a causa dell’irrisolta questione sul confine.

La linea di demarcazione tra i due paesi è stata da sempre area di scontro politico e di conflitto armato, collocandosi all’interno di un contesto storico complesso. La popolazione eritrea è quella che ne ha più sofferto date le continue minacce e occupazioni da parte di attori stranieri, Etiopia compresa. Nel 1991 finisce la guerra tra Eritrea ed Etiopia e nel 1993 l’Eritrea si dichiara finalmente indipendente. Tuttavia nel 1998 scoppia una nuova guerra a causa della mancanza di un accordo sulla questione della definizione del confine. Tanti sono i morti tra gli eritrei e tante le famiglie costrette a dividersi.

L’Eritrea indipendente non è poi una Eritrea democratica: Isaias Afewerki è infatti un leader molto contestato perchè istitutore di un regime dittatoriale, causa del notevole numero di migranti eritrei che in questi anni sono sbarcati sulle nostre coste. Isaias Afewerki ha 72 anni ed è Presidente dell’Eritrea dal 1993. E’ stato infatti lui a proclamarne l’indipendenza. E’ stato leader dell’EPLF (Eritrean People’s Liberation Front), comandante-capo dell’esercito nazionale e poi presidente dell’unico partito riconosciuto del paese, il PFDJ (People’s Front for Democracy and Justice). Nel 1997 ha abolito le elezioni presidenziali e nel 2001 ha chiuso le piattaforme online di stampa e informazione. Ha ordinato l’arresto di molti giornalisti e dissidenti politici. Nel 1994 ha introdotto il national service, che obbligava adulti di entrambi i sessi alla formazione militare e al servizio civile, e dieci anni dopo la WYDC (Warsai-Yikaalo Development Campaign), una sorta di progetto di continuazione del national service. Moltissimi eritrei fuggono dal paese proprio per scampare al servizio militare obbligatorio.

Il primo ministro etiopico è invece un leader giovane e innovativo per l’Etiopia e il Corno D’Africa. Abiy Ahmed ha 42 anni e le radici nel gruppo etnico degli Oromo, il più numeroso in Etiopia. E’ infatti leader dell’OPDO (Oromo People’s Democratic Organization). Fin da giovane ha servito nell’esercito, combattendo anche contro il regime marxista del Derg, per poi diventare fondatore e direttore dell’Information Network and Security Agency e infine ministro per la scienze e la tecnologia. Anche Abiy Ahmed è stato spesso contestato, soprattutto da quei gruppi etnici che non ne condividono il progetto politico ed economico. Il primo ministro etiopico è infatti orientato a stabilire la pace nella regione e a rafforzare lo sviluppo economico e sociale e perciò ha avallato le liberalizzazioni, l’interruzione dello stato di emergenza e la scarcerazione dei dissidenti.

L’accordo di pace tra i due paesi era in realtà stato già raggiunto nel 2000, con la mediazione dell’ONU, ma l’Etiopia non aveva mai accettato il giudizio sui territori contesi. E’ stato Abiy Ahmed a sbloccare finalmente l’accordo conquistando anche la fiducia di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, mentori dell’Eritrea. Il 16 Luglio scorso così è stata riaperta l’ambasciata eritrea in Etiopia e il 18 Luglio c’è stato il primo volo di linea Addis Abeba-Asmara.

La concretizzazione dell’accordo di pace punta dunque a ristabilire le relazioni diplomatiche tra i due paesi, ma anche quelle economiche, commerciali, sui trasporti e sulle comunicazioni, a riaprire i confini e a permettere la rinunione delle famiglie divise, ad attirare la fiducia internazionale e anche gli investimenti dall’estero che possano giovare all’Etiopia ma soprattutto all’Eritrea, da troppo tempo isolata per causa del suo regime.

Infine a giovarne sarebbero anche quell’Italia e quell’Europa che vogliono una risoluzione, alla radice, dei flussi migratori. Grazie al consolidamento del contesto politico ed economico probabilmente i flussi di migranti provenienti dall’Eritrea si ridurrebbero, riducendosi così anche le richieste di riconoscimento dello status di rifugiato e favorendo il ritorno in Eritrea a coloro a cui la protezione umanitaria non verrà rinnovata.

I migranti di nazionalità eritrea sbarcati in Italia negli ultimi anni raggiungono numeri importanti. Nel 2015 sono sbarcati in Italia circa 40.000 eritrei, tra i quali circa 500 richiedenti asilo. Nel 2016 sono scesi a 20.000 e i dati del Ministero dell’Interno del 2017 ne contano invece 7.052. Per molti di loro l’Italia è solo un paese di transito, questo spiega le ben più numerose richieste d’asilo presentate in Svizzera , Germania, Paesi Bassi e Svezia, così come spiega il caso, denunciato ieri da Save the Children, delle molte minorenni eritree che si prostituiscono a Ventimiglia per poter pagare ai passeurs l’attraversamento della frontiera Italia-Francia.

Certo è che per la popolazione eritrea i retroscena della pace raggiunta sono ancora incerti: i dubbi riguardano la tanto richiesta abolizione del servizio militare obbligatorio, la questione lavoro per i giovani che non entreranno nell’esercito ma anche la promulgazione di una nuova Costituzione che magari riconosca diritti e libertà. La strada da fare è ancora lunga.

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Anna Loschiavo

Studentessa di Studi dell'Africa e dell'Asia e laureata in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali all'Università Di Roma La Sapienza, sono appassionata di politica, storia e cultura africana. Scrivo per informare me stessa e gli altri di argomenti a cui la stampa nazionale non presta la giusta attenzione.
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