Politica

Primo Discorso di Conte: Pragmatismo e Legittimità Politica

Iniziava così presso l’aula del Senato della Repubblica il primo discorso del Presidente Giuseppe Conte, per chiedere la fiducia al “governo del cambiamento”. Con una durata di un’ora e quindici minuti, possiamo ironicamente dire che l’intervento si è confermato primogenito legittimo di questo governo, che già in fase di formazione aveva battuto ogni record in quanto a tempi. Molti i temi trattati. Divergenti le impressioni suscitate. Naturalmente dal Partito Democratico non sono giunti commenti positivi. Marco Minniti, ex Ministro degli Interni, a “Otto e Mezzo” ha detto di essere “preoccupato”. “Non c’è un’idea di paese. Non abbiamo sentito parlare di mediterraneo né spiegare qual è la posizione dell’Italia in Europa. Qualcuno un pò cattivo avrebbe detto che il discorso di Conte è stato una lista della spesa”.

Per il segretario Maurizio Martina invece il discorso di Conte è stato “generico, elettorale e pieno di luoghi comuni”. Riferendosi nello specifico ad una frase in cui il Presidente è sembrato elogiare il populismo, Martina ha dichiarato che “qualcuno dovrebbe fargli presente che c’è una netta differenza fra populista e popolare”, frase su cui torneremo più avanti nell’articolo. Sulla stessa linea anche Anna Ascani, che ha aggiunto solo cosiderazioni un pò più amare. “Il discorso di Conte è stato interminabile. Un mix di ovvietà e argomenti molto preoccupanti. In un’ora e dieci di parole, ha avuto modo di spiegare all’opposizione come fare opposizione. Ha riposizionato l’Italia nei confronti della Russia. Ci ha illustrato come vuole riformare il diritto fallimentare, ma non ha speso neanche una parola su scuola e cultura. ”

“Non è un caso, non è una dimenticanza – azzarda la Ascani – si tratta di una scelta politica precisa. Credo che questo sia uno degli aspetti che qualificano questo governo come il più a destra della storia della Repubblica“. A sentire loro insomma sembrerebbe davvero che il primo discorso di Conte come Presidente del Consiglio sia stato un flop. Tuttavia questo è solo il parere di una parte della politica italiana, quella che ha perso le elezioni e che deve urgentemente recuperare consenso. Ad essere onesti deve prima ancora ritrovare la propria identità. A poco serve dire di essere “altra cosa” coma ha fatto Renzi se poi non si sa bene cosa si è. Certamente essere la minoranza in parlamento può rappresentare una buona occasione di rinascita, se saputa sfruttare, ma bisogna stare attenti a non indossare troppo velocemente e male l’abito dell’opposizione o si rischia di fare peggio.

C’è bisogno di un contraddittorio. Cercheremo di ricambiare l’impegno del Presidente Conte a farsi “avvocato del popolo”, facendoci per una volta noi stessi suoi avvocati. Una prima considerazione è che incuriosice la preoccupazione della Ascani per un’ipotetica tendenza verso destra (forse intendeva addirittura estrema) di questo Governo. Insinuando che la mancanza nel discorso di riferimenti a “scuola e cultura” sia un segnale di destra, la Ascani sembra aver chiaro cosa sia la destra e dove differisca dalla sinistra. Non si capisce bene allora come possono esserle sfuggiti certi passaggi del discorso di Conte, piuttosto di sinistra. In particolare il Presidente ha esplicitamente aperto ai diritti sociali affermando che “il cambiamento sarà anche nei contenuti. Cambia ad esempio il fatto che la prima preoccupazione del Governo saranno i diritti sociali, che nel corso degli ultimi anni sono stati progressivamente smantellati con i risultati che conosciamo: milioni di poveri, milioni di disoccupati, milioni di sofferenti”.

Forse anche il Partito Democratico risente del “superamento delle ideologie”, tanto da non riconoscere temi di sinistra nemmeno quando se ne fa carico un esecutivo. O forse il fatto è semplicemente che se se ne fa carico adesso il governo Conte è perché non se n’era fatto carico il PD quando poteva al governo. Se dunque la sola mancanza di riferimenti a scuola e cultura nel discorso è sufficiente per spostare a destra il governo M5S-Lega, quando ancora questo non ha nemmeno agito, come dovremmo classificare invece l’ex governo Renzi e poi Gentiloni che proprio nel suo agire ha deliberatamente accantonato (per non dire calpestato) i fondamentali della sinistra? Nella scorsa legislatura il Partito Democratico si era fatto bandiera dei diritti civili, è vero. Ma i diritti civili non hanno alcun senso in una situazione in cui crisi economica, squilibri sociali e disoccupazione attanagliano la società. Sono diritti che è ragionavole ampliare quando il paese è già nelle condizioni giuste, non prima. Per un partito che si predica di sinistra non dovrebbe essere difficle comprendere ciò.

Un secondo aspetto su cui riflettere è l’uso strumentale che viene fatto dell’eventuale svolta a destra del governo. Assummendo anche che sia reale, non si capisce secondo quale logica un’eventuale virata a destra del governo dovrebbe rappresentare un pericolo. Essere di destra e avallare politiche di destra è giusto tanto quanto essere di sinistra e avallare politiche di sinistra. Non è equivalente a “fascismo” né significa necessariamente chiusura all’Unione Europea (si veda ad esempio Berlusconi). Sembra invece che in particolare il Partito Democratico stia mandando avanti la retorica che etichetta la propria fazione politica di sinistra come quella dei “buoni”, mentre l’altra, in cui sono inclusi sia Lega che M5S, come quella dei “cattivi”. Per dare agli elettori questa percezione dello scenario politico, vengono infatti un pò troppo spesso e a sproposito usate parole forti, come fascismo, o denigratorie come “populismo“. Costituiscono esempi di ciò Zucconi, nota penna di “La Repubblica”, che a “Piazza Pultita” ha detto: “in questo governo ci sono fascisti!”. Monica Cirinnà sul suo account twitter: “ecco la lista dei ministri del governo Lega-M5S davvero di cambiamento : metà fascisti e metà incapaci”. Delrio, che a radio Cusano Campus ha dichiarato che la Lega sarebbe un partito “neofascista”. E persino Elsa Fornero, secondo cui Salvini è uno “squadrista”. Non manca poi chi, come Cazzola, vede nei grillini i “fascisti del nostro secolo”.

Questo atteggiamento, a tratti superficiale e mortificante, finisce per delegittimare due forze politiche democratiche e di tutto rispetto, alimentando forti divisioni ad ogni livello nel paese, nonché fraintendimenti e incomprensioni. Il Presidente del Consiglio Conte sembra aver afferrato molto bene tutto ciò e gli ha dedicato una parte molto significativa del proprio intervento. Invece che fare “un elogio al populismo”, come la grande maggioranza del PD ha voluto intendere, nel discorso di Conte è stata rivendicata la legittimità politca delle due forze componenti la maggioranza, oltre i pregiudizi e i “soprannomi”. “Le forze politiche che integrano la maggioranza di governo – ha detto – sono state accusate di essere populiste e antisistema. Bene. Sono formule linguistiche che ciascuno è libero di declinare. Se populismo è l’attitudine della classe dirigente ad ascoltare i bisogni della gente (e qui traggo ispirazione dalle riflessioni di Dostoevskij), se antisistema significa << mirare a introdurre un nuovo sistema che rimuova vecchi privilegi e incrostazioni di potere >>, ebbene queste forze politiche meritano entrambe queste qualificazioni!”

E’ evidente l’accento che il Presidente ha voluto a dare a queste parole. Né lui, né li Movemento 5 Stelle o la Lega si sono mai autodefiniti “populisti”. Sono stati gli avversari ad affibbiargli questo nome, quasi come in una sorta di bullismo politico. Il termine però è fuori luogo, non ha nel contesto odierno un significato preciso. E’ un così detto termine “ombrello”, usato strumentalmente per denigrare. Per questo Conte ha detto “SE populismo è…”, ed ha opposto alla nebbia semantica di tale termine, l’essenza della propria azione politica: la capacità di ascoltare i bisogni della gente e il desiderio di giustizia sociale. Due aspetti che non vengono mai ricondotti alla parola “populismo” da chi ne fa uso. In sostanza dunque non è stato per nulla elogiato il populismo, parola priva di significato e strumentale, bensì la dignità e la forza di chi realmente si fa carico del bene comune. Alla luce di ciò risultano piuttosto ridicole le parole che anche ieri sera a “Di Martedì” Maurizio Martina ha speso riguardo al discorso di Conte. “Quando uno si richiama al populismo in quel modo, come se fosse un vanto, gli vorrei ricordare sommessamente che essere populista non vuol dire essere popolare”. Di fatti alla domanda diretta di Floris “Chi sono per lei i populisti? Mi definisce il populismo?”, Martina ha evitato di rispondere dicendo che non lo sapeva.

Sembra che questa sinistra (o presunta tale), sia così a corto di identià da aver bisogno di rifugiarsi nella mistificazione dell’altro per darsi una minima parvenza di appartenenza ad una fazione politica. Ed è qui che veniamo all’aspetto forse più importante del discorso di ieri al Senato. Per quanto esponenti del Partito Democratico l’abbiano definito “vago” o “generico”, invece nel discorso di Conte troviamo un nodo che dà un’identità precisa ed un carattere innovativo al governo giallo-verde: il pragmatismo come unica “ideologia”. Dice il Presidente: “Vero è che noi vogliamo rivendicare per l’azione di governo nuovi criteri valutazione. Pragmaticamente ci assumiamo la responsabilità di affermare che qui e oggi ci sono politiche vantaggiose o svantaggiose per i cittadini e per il nostro paese. Politiche che assicurano il bene comune e una miglior qualità di vita. E politiche che invece compromettono questi obbiettivi”.

“Il cambiamento non sarà solo nelle parole e nello stile. Ma soprattutto nel metodo e nei contenuti. La nostra iniziativa si articolerà su tre fronti. L’ascolto: perché prima di tutto vengono i bisogni dei cittadini. L’esecuzione: vogliamo essere pragmatici. Se una norma, un ente o un istituto non funziona è giusto abolirlo. Se funziona è giusto potenziarlo. Se manca è giusto crearlo. Infine il controllo: i provvedimenti che adotteremo hanno obbiettivi che devono essere raggiunti. Saremo i primi a monitorare con severità e rigore la loro efficacia”. I tre pilastri esposti dal Presidente Conte sono la prova tangibile non del populismo, non dell’eversione, ma di una condotta che fa perno nella razionalità, almeno stando alle intenzioni. Non devono essere le ideologie a trainare decisioni, le opinioni o le prese di posizione. Deve essere un’analisi concreta e pragmatica che permetta di valutare accuratamente i pro e i contro, il tutto sempre in vista dell’interesse dei cittadini. E’ come se questa parte del discorso ci riconsegnasse una consapevolezza di maturità che, guardando al passato, adesso vede le ideologie come mezzi di interpetazione acerbi, inadeguati a fornire un quadro olistico e dettagliato della realtà.

 

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