“Spazio 1918”, nuovo disco dei GDG Modern Trio: Recensione

GDG MODERN TRIO è il super gruppo formato da musicisti coi controfiocchi che conosciamo per altri progetti e che uniscono la loro esperienza e la loro passione per la musica da film

Spazio 1918

Esordiscono con “Spazio 1918” che esce per Brutture Moderne e loro sono Bruno Dorella (Ovo/Ronin/Jack Cannon) alla chitarra elettrica, percussioni e vibrafono; Francesco Giampaoli (Sacri Cuori) al basso, chitarra classica e moog e Stefano Ghittoni (The Dining Room) agli effetti e ai beats. Le parole e la voce dell’unico brano cantato “Spirit” sono di Stefano Ghittoni.

Una canzone che arriva dopo un intro tra le percussioni morbide e una melodia del basso che segue il filo di una nota tirata via. Mentre le parole raccolgono dei sogni che erano da accarezzare e lasciare volare via.

Una tarantella anticipata e coperta da momenti noise sono i primi secondi di “Interferenza 1” poi c’è “Interferenza 6” dove due donne con un sottofondo di voci forse all’uscita dal cinema si scambiano opinioni. E infine in “Interferenza 3” un fischiettio quasi horror aspetta la sua preda da far schiattare.

La title track apre con un flauto da fine concerto e poi il basso segna le dinamiche della melodia, a cui si aggiungeranno le percussioni e i beat trovando un andamento allegrotto e piacevole.

“X-Rated”, ovvero ‘vietato ai minori’, ha diverse incursioni divertenti. Le spatole toccano piano i piatti e la chitarra classica con il moog disegnano questa passeggiata ipotetica e incontrano l’effetto passo d’elefante che fa molto ridere. Come si entrasse in questo cerchio magico da attraversare e una volta d’altra parte trovarsi addosso diversi input nella testa e attaccati alla maglietta.

“Astro Blue” è molto magnetica e morriconiana: il ritmo percussivo africano che preannuncia l’arrivo di un uomo a cavallo che spazzerà i cattivi in menchenonsidica, così non disturberanno più le famigliole felici, e poi con questa chitarra con la voce grossa, aprono all’atmosfera resa tagliente dalle incursioni degli effetti, con dei colpi precisi che arrivano a destinazione.

In “Micronesia” la melodia parte dritta e limpida per poi cominciare quasi a sbandare, come se ci si accorgesse che le cose non sono andate come si aspettavano e allora arrivano le malinconie del basso che straborda e la chitarra si prepara a chiudere un discorso iniziato male ma adesso da congedare.

Con questi musicisti sapevamo di poterci fidare e non siamo rimasti per niente delusi. Speriamo si mantengano così vivi e prolifici quanto più a lungo.

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