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Storie Mondiali: lo Zaire del 1974 e la punizione “al contrario” dell’eroe Mwepu

Ci sono istanti che resteranno per sempre impressi nella mente degli appassionati di calcio: la “mano de Dios” di Maradona nella finale del Mondiali del 1986, oppure lo stacco di testa di Pelè contro l’Italia nella finale mondiale del 1970. C’è un altro gesto, alquanto originale, che non verrà mai dimenticato dagli amanti del pallone: la punizione “al contrario” di Joseph Ilunga Mwepu, terzino dello Zaire, ai Mondiali di Germania nel 1974. Il giocatore africano nel match contro il Brasile, si staccò dalla barriera sistemata dal proprio portiere al limite dall’area e calciò via il pallone, andando a sfiorare il viso di Rivelino sul punto di battuta. Cartellino giallo per il difensore e ilarità fra i verdeoro. Ma dietro quel gesto apparentemente insensato c’è molto di più.

Lo Zaire del dittatore Mobutu

Siamo nel 1974 e nella rassegna mondiale ospitata dalla Germania Ovest, fra le 16 selezioni, vi è anche lo Zaire, qualificatosi dopo la vittoria per 3-0 contro il Marocco. Nello Zaire, oggi conosciuto nuovamente come Repubblica Democratica del Congo, dal 1965 il potere è nelle mani del maresciallo Joseph Dèsirè Mobutu, al comando del Paese con un colpo di stato. In nome della sua autenticità africana, Mobutu arrivò a cambiare addirittura il proprio nome: divenne Mobutu Sese Seko Koko Ngbendu Wa Zabanga, ovvero “Mobutu il guerriero che va di vittoria in vittoria senza che alcuno possa fermarlo”. I cambiamenti non furono solo personali: la Repubblica Democratica del Congo cambiò il proprio nome in Zaire, adattamento delle parole congolesi “nzere” o “nzadi”, cioè “il fiume che inghiotte tutti i fiumi”. Un dittatore a tutti gli effetti, con una passione sfrenata per lo sport, elemento da utilizzare anche come propaganda politica. La nazionale dello Zaire, sicuramente la più debole nella rassegna mondiale ma con un buon rendimento entro i confini continentali, prima della spedizione venne invitata al palazzo presidenziale, incitata da Mobutu a difendere l’orgoglio nazionale e, soprattutto, la sua immagine.

Il Mondiale dello Zaire

Allenata dallo jugoslavo Blagoje Vidinic, lo selezione africana esordì contro la Scozia, giocando un buon match ma perdendo l’incontro comunque con un dignitosissimo 2-0. Mobutu non la prese bene e informò i giocatori che non gli avrebbe pagato lo stipendio e che non vi sarebbero stati i premi promessi prima della spedizione, scatenando così le proteste dei calciatori. Si arriva così al secondo match del girone, quando lo Zaire affronta la Jugoslavia. Le cose non vanno molto meglio: dopo appena 13 minuti gli slavi sono già avanti di 3 gol. Da Kinshasa, capitale dello Zaire, arriva una chiamata, trasmessa direttamente alla panchina: era di un funzionario del governo che, sotto ordine di Mobutu, intimò a Vidinic di sostituire il portiere titolare Muamba Kazadi con quello di riserva Dimbi Tubilandu. Le cose non migliorarono: il match si concluse con il risultato di 9-0. La disfatta contro la Jugoslavia fu la goccia che fece traboccare il vaso: al termine del match i funzionari del governo partirono per la Germania e, una volta arrivati in albergo, si chiusero in uno stanzino con i giocatori, con gli ordini di Mobutu per l’ultimo match contro il Brasile: “Niente figuracce, altrimenti ci saranno ripercussioni”. Tradotto: se prendete più di tre gol, non tornate a casa.

Il Brasile e la punizione “al contrario” di Mwepu

Si arriva così al match contro il Brasile e, al minuto 80′, il risultato è 3-0 per i verdeoro. L’arbitro fischia una punizione dal limite per i sudamericani e sul pallone c’è Rivelino, uno che con i calci da fermo ci sapeva fare. Prima che l’arbitro fischi la battuta, dalla barriera si stacca il numero due, tale Ilunga Mwepu: il terzino si dirige verso il pallone e lo calcia via con forza, mandandolo dall’altra parte del campo. I giocatori brasiliani si guardarono stupiti e l’arbitro ammonì Mwepu. Un gesto originale che per molto tempo divenne oggetto di ilarità e derisione, visto come simbolo di arretratezza culturale dell’Africa dove “non conoscono nemmeno le regole del calcio”.

Il motivo di quel gesto si comprese moltissimi anni dopo: intervistato dalla BBC, Mwepu raccontò come andarono le cose. “Dopo la prima sconfitta – affermò l’ex calciatore – venimmo a sapere che non saremmo mai stati pagati e quando perdemmo 9 a 0 contro la Jugoslavia gli uomini di Mobutu ci vennero a minacciare. Se avessimo perso con più di tre gol di scarto col Brasile, ci dissero, nessuno di noi sarebbe tornato a casa“. Un gesto disperato quello del calciatore africano, un ultimo tentativo di salvare la propria vita e quello dei propri compagni. Il match si concluse 3-0 per il Brasile e lo Zaire potè tornare a casa, senza premi e stipendi e, con molti di loro, che morirono in povertà. La punizione di Mwapu resterà però nella storia: oltre che un atto evidentemente determinato dalla paura di morire, quel gesto, dopo anni di derisione, verrà considerato anche come un simbolo di ribellione nei confronti della dittatura.

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