Cinema

“7 minuti” alla Festa del Cinema di Roma: Recensione del film di Michele Placido

Un film che porta un messaggio importante alle nuove generazioni. Ecco la recensione di “7 minuti”, l’ultimo lavoro registico di Michele Placido.

La trama di “7 minuti” è ispirata ad una storia vera, quella di un gruppo di operaie di una fabbrica tessile che si sono battute strenuamente per difendere i propri diritti di lavoratrici. Nel film, i proprietari di una fabbrica italiana cedono la maggioranza della proprietà ad una multinazionale francese. Le operaie, preoccupate per il loro futuro, vengono ben presto rassicurate: nessuna verrà licenziata, tutto resterà esattamente come prima. L’accordo prevede solo una condizione: ogni operaia dovrà rinunciare a 7 dei 15 minuti totali della pausa pranzo.

Da questo quesito prende il via tutto il dramma del film. Le donne, spaventate dal rischio del licenziamento, accolgono la richiesta con un sospiro di sollievo. Cosa saranno mai 7 minuti di lavoro in più contro al rischio di non avere più uno stipendio? Ma Bianca, la più anziana e portavoce delle lavoratrici non è d’accordo: bisogna guardare non ai 7 minuti in sé, ma a quello che significano davvero.

Parte così una lotta tra le 11 operaie che dovranno votare in favore oppure no della richiesta, a nome di tutte le altre. Ed ecco che nella trama si percepiscono le storie di tutte, chi madre di quattro figli, chi straniera in cerca di una stabilità economica. Ognuna di loro, a suo modo ha buone ragioni per accettare la richiesta e ritenersi fortunata. Eppure i dubbi si infittiscono. 7 minuti in più per ognuna significa, sui grandi numeri, offrire manodopera non pagata, ma non è questo l’aspetto peggiore. Accettare di perdere quei pochi minuti significherebbe dimostrare di essere sempre pronte ad accettare qualsiasi condizione, a qualsiasi prezzo, far vincere la paura.

Il film di Michele Placido, nella sua cocente attualità, è un monito per le nuove generazioni. Troppe volte sono state accettate condizioni che sembravano sciocchezze. La stessa Bianca, operaia da 30 anni, racconta di aver detto sì troppo spesso, in una situazione che può solo peggiorare. Alla figura di Bianca si contrappone la giovanissima Alice: 20 anni, da poco diplomata e inesperta. E in questa contrapposizioni di generazioni che si gioca tutto il senso del film.

Troppo spesso i giovani di oggi si son sentiti dire di non avere la volontà per lavorare, di essere pigri, mammoni. Il risultato non poteva essere altro che accogliere quello che ci è stato lasciato dalle generazioni precedenti, compresi gli sbagli, e accettare qualsiasi condizione. Ritenersi fortunati a percepire poche centinaia di euro o addirittura a lavorare senza essere pagati, nella speranza del poi… se dimostro buona volontà poi, magari… Abbiamo dimenticato quel che possiamo valere, e che più ingiustizie si accettano, meno certezze si avranno per il futuro. Un film bello, portatore di un messaggio importante. Consigliato a tutti, soprattutto alla generazione dei ventenni e trentenni di oggi.

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